La luce di Ischia nelle opere di Giacinto Gigante

Poche leggere pennellate intrise di aria, veloci, ma decise. Il Gigante - di nome e di fatto - della pittura napoletana trascorse lunghi periodi sull'isola di Ischia dipingendone i luoghi più amati

Giacinto Gigante, il maggior esponente del vedutismo napoletano, dipinse spesso ad Ischia.

“ Uscito dalla bottega di Pitloo – scrive Pratesi - affacciata su vico Vetreria a Chiaia, Gigante spicca il volo fin da giovanissimo, per diventare una figura di prima grandezza nell’affollato firmamento dell’arte italiana del suo tempo. È affascinato dal carattere dell’ambiente che lo circonda, pronto a celebrarne l’antica bellezza.

 

«Un paesaggio saturo di memorie, di riferimenti colti, di sollecitazioni letterarie: le spiagge delle Sirene, le scogliere di Palinuro, la campagna delle Ninfe, le rocce di Tiberio» spiega lo storico dell’arte Raffaello Causa, uno dei massimi esperti dell’artista.

Lo sguardo di Gigante è carico di emozione quando mostra la Villa Reale sotto i raggi obliqui del tramonto, si incunea tra le grotte marine che si aprono nei sotterranei di palazzo Donn’Anna, descrive la folla seduta nella cappella del tesoro di San Gennaro nel Duomo di Napoli “. Ma Gigante non si ferma alle bellezze di Napoli va oltre. “ si lascia tentare – scrive ancora Pratesi “ dalla voce del mare, per trasmettere con la sua pittura l’amore per le isole del Golfo: Ischia e Capri.

Dell’isola di Ischia l’artista realizza alcuni autentici capolavori, come la celebre “ Veduta del porto di Ischia “ o “ Palazzo Reale “. Sono opere realizzate con tecnica veloce, acquerello o tempera, di piccole dimensioni nei quali come sempre Gigante riesce a fissare l’atmosfera magica, con quelle pennellate veloci ed ariose che caratterizzarono la sua pittura.

“Giacinto Gigante – scriveva lo storico dell’arte Maltese - ricercò sempre non il «tono» (nel senso che avranno più tardi queste parole per l’impressionismo) ma piuttosto il lirismo del non finito, dell’abbozzo e dell’effetto, cosa che ovviamente gli riusciva benissimo nell’acquerello e gli riusciva meno bene o non gli riusciva affatto negli oli, dove non seppe mai andar molto oltre le gamme (piuttosto povere) derivate dal Pitloo e dagli altri contemporanei, e il verismo a distanza della veduta tradizionale.

In conclusione l’arte del Gigante costituiva una logica riduzione meridionale e italiana del paesismo eroico romantico”.

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Storia e Scienze

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